Istruzione per le donne in Afghanistan: scuola sì o scuola no? Il tentativo fallito nella città di Herat non è di buon auspicio.
Il nuovo regime instauratosi a Kabul lo scorso 15 agosto, vale a dire quello capeggiato dai Talebani, ha fatto molto discutere la comunità internazionale.
Di particolare rilevanza, è la questione circa le discriminazioni e le violenze di genere perpetrate contro le donne afghane.
Nello specifico, l’attenziona si è focalizzata sul diritto delle donne a proseguire gli studi: prima l’eliminazione delle classi miste, poi il divieto a frequentare le lezioni universitarie “fino a quando il Paese non sarà islamizzato”.
A distanza di mesi, sono stati fatti dei tentativi per permettere alle studentesse di tornare a frequentare le scuole, ma i risultati sono stati a dir poco deludenti. Uno, quello della città di Herat, che ha avuto vita breve: solo 3 giorni.
Il 18 settembre, i Talebani hanno riaperto le scuole, consentendo ai bambini e alle ragazze di età inferiore ai 12 anni di tornare in aula.
Con il passare dei mesi, si sono sparse voci sulla possibilità anche per le studentesse con più di 13 anni di di ricominciare a frequentare le lezioni, in sette delle trentaquattro province afghane.
«È accaduto solo per pochi giorni e per decisione della gente del posto, non perché i Talebani avessero accordato il loro permesso» racconta all’Avvenire Sonita A., insegnate di chimica, inglese e informatica a Herat.
Secondo la testimonianza della docente, non sarebbero state commesse violenze fisiche nei confronti delle ragazze, ma il danno psicologico sarebbe incalcolabile.
«Richiudere tutto è stata una grande violenza contro le ragazze. Continuano a chiedersi per quale motivo i fratelli possono andare a lezione e loro no. Sono in apprensione per il futuro».
Nel nord del Paese, invece, con estrema cautela, le studentesse avrebbero lentamente ripreso a frequentare le lezioni, soprattutto a causa delle differenze culturali rispetto al sud dell’Afghanistan.
Storicamente, infatti, nelle regioni settentrionali, si sono viste donne ricoprire ruoli più rilevanti e attivi rispetto alle connazionali del sud, condizione che avrebbe concesso alle ragazze una “maggiore” libertà.
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