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Fino all'ultimo indizio

Fino all’ultimo indizio è una delle pellicole thiller attualmente più famose presenti sulla piattaforma Netflix. Uscita nel 2021, vanta un cast di grande prestigio: una triade di premi Oscar costituita da Denzel Washington, Rami Malek e Jared Leto.

Lo sceneggiatore e regista premio Oscar ed Emmy John Lee Hancock impronta il suo racconto su una caccia del gatto col topo. La polizia infatti, rappresentata dal vice-sceriffo della Kern County Joe Deacon – Washington – e il sergente Jim Baxter – Malek – si ritrova a dare la caccia ad un serial killer che sta terrorizzando la città. Non immaginano però che dietro a tale mistero vi sono alcuni segreti del passato dello sceriffo che potrebbero così venire a galla.

La pellicola si conclude con un finale aperto, non permettendo al pubblico di comprendere realmente quale sia la vera identità dell’assassino. A tal proposito è stato Hancock stesso ad aver cercato di far chiarezza.

Chi è il killer? La parola al regista (contiene spoiler)

I sospetti dei due agenti porterebbero ad un nome già noto dalla polizia: Albert Sparma. Nonostante non vi sia alcuna prova effettiva che possa legare l’uomo ai numerosi omicidi, Baxter non riesce a togliersi dalla testa che l’assassino sia Sparma e per dimostrarlo arriva a tentare di smascherarlo nel luogo esatto dove alcune vittime sarebbero dovute essere sepolte. Non trovando i corpi però, Baxter preso da un raptus furioso colpisce Sparma alla testa con una pala, causandone la morte. Aiutato dal collega poi insabbia l’accaduto e nascondendo il corpo del presunto killer si convince di essersi finalmente liberato dell’assassino.

Sarà davvero così?

Il regista John Lee Hancock, incalzato dalla sorpresa dei fan in merito al mistero che aleggia intorno alla pellicola, ha così rivelato: “Onestamente, quando l’ho scritto, ho solo cercato di inserire tante cose che indicavano la sua colpa quante indicavano la sua innocenza. Penso che ci sia un numero uguale di prove per la sua colpevolezza od innocenza nella sceneggiatura.”

E aggiunge: “Mi sono sempre piaciuti i drammi polizieschi e i thriller psicologici, ma sentivo che molti film di quel genere dell’epoca non mi soddisfacevano. I primi due atti erano interessanti e pieni di indicazioni che confondono le idee in un’esperienza interattiva con il pubblico. Poi, quando arrivavi al terzo atto, avevi identificato il cattivo, e poi il buono e il cattivo si affrontavano e dopo aver rischiato di essere sconfitto, il buono vinceva eroicamente. Ho sempre pensato che il finale fosse meno interessante dei primi due atti. Volevo abbracciare il genere cercando di sovvertirlo e trovare un finale meno stereotipato, ma altrettanto soddisfacente e interessante. Ho sempre pensato che una parte del pubblico preferisce un finale stereotipato e non c’è niente di sbagliato in questo, ma volevo provare a fare qualcosa di diverso perché era quello che interessava a me”.

Nessuna risposta certa dunque. Libertà di interpretazione.
Il finale rimane fondato in qualsivoglia maniera lo si voglia guardare, anche senza avere la certezza di aver o meno individuato il reale assassino.