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Esame di maturità 2026: nuove regole, commissioni ridotte e stop alla “scena muta” all’orale

Torna l’“esame di maturità”. Nuove regole per le commissioni e per il colloquio orale, dopo le proteste di alcuni studenti che avevano scelto di non rispondere alle domande

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che ridisegna alcune parti dell’esame conclusivo delle scuole superiori. Dal 2026 non si parlerà più di “esame di Stato”, ma tornerà la denominazione tradizionale di “esame di maturità“, scelta che intende restituire al rito scolastico il suo valore simbolico e identitario.

Le modifiche riguardano soprattutto il colloquio orale: non sarà più multidisciplinare, ma si concentrerà su quattro materie fondamentali per ogni indirizzo, individuate ogni anno con decreto ministeriale. Viene poi superata l’impostazione degli ultimi anni, che partiva dalla discussione di un documento o di un elaborato per poi svilupparsi attraverso collegamenti interdisciplinari spesso percepiti come forzati.

Anche le commissioni cambiano: da sette membri si passa a cinque (due interni, due esterni e un presidente). Il colloquio sarà inoltre valutato in modo più ampio, includendo non solo le conoscenze disciplinari ma anche aspetti come autonomia, responsabilità, esperienze di formazione scuola-lavoro (nuova denominazione degli ex PCTO) e attività culturali o sportive svolte.

La protesta del silenzio agli orali e la stretta del ministero

La modifica più netta riguarda però la gestione dei casi di studenti che scelgono di non rispondere alle domande della commissione. Il decreto stabilisce chiaramente che chi farà volontariamente scena muta sarà bocciato.

La misura nasce da episodi avvenuti durante gli esami di quest’anno, quando alcuni candidati avevano deciso di presentarsi all’orale e restare in silenzio. Non si trattava di distrazione o impreparazione: era una scelta consapevole, fatta pur sapendo di avere già accumulato i crediti minimi (60 su 100) per raggiungere la sufficienza complessiva. In pratica, si trattava di un atto dimostrativo.

Le motivazioni, espresse successivamente dagli stessi studenti, erano diverse. C’era chi voleva denunciare la ritualità vuota dell’esame, considerato un ostacolo burocratico più che un momento di verifica reale; chi criticava il sistema scolastico nel suo insieme, accusandolo di scarsa capacità di ascolto e di lontananza dalla vita concreta dei giovani; e chi, più semplicemente, voleva ribaltare per un attimo i ruoli, scegliendo il silenzio come forma estrema di comunicazione.

Il gesto aveva fatto molto discutere . Una parte dell’opinione pubblica lo aveva letto come segno di arroganza o disinteresse verso la scuola; altri invece lo avevano interpretato come un atto di coraggio, un modo per far emergere il malessere giovanile in una cornice che non lascia spazio alla contestazione.

Il governo ha scelto di chiudere ogni margine di interpretazione. Con il nuovo decreto, l’esame è considerato valido solo se lo studente sostiene tutte le prove previste: la prima e la seconda prova scritta e il colloquio orale. In assenza anche di una sola di queste, l’esame non potrà dirsi superato.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha definito la misura un passo necessario per «rendere l’esame più serio e più sereno».

Dietro la norma, però, resta il nodo del significato della maturità. Ogni riforma, dagli anni Novanta in avanti, ha cercato di modernizzare l’esame, oscillando tra approcci interdisciplinari, prove più tecniche, ritorni alla tradizione. Ciò che rimane costante è l’idea di un rito di passaggio, di una soglia simbolica che accompagna l’ingresso dei giovani nell’età adulta.

La protesta ha messo in discussione proprio questo: non tanto la difficoltà dell’esame, quanto la sua utilità e la sua capacità di rappresentare davvero ciò che gli studenti hanno imparato. È legittimo che un ragazzo usi il silenzio come linguaggio politico dentro un’aula d’esame? O si tratta di un atto che contraddice il senso stesso di una prova pubblica, volta a certificare un livello di preparazione comune?

In altri Paesi europei, come è noto, non esistono esami finali nazionali, ma valutazioni interne affidate agli istituti. L’Italia, invece, continua a difendere l’esame come garanzia di equità e valore legale del diploma. Il silenzio di quei ragazzi ha sicuramente aperto una breccia, ricordando che dietro ogni rito c’è sempre la possibilità di un cambiamento. Il decreto vuole metterci una pezza, ma non elimina il messaggio lanciato: il bisogno di sentirsi parte di un dialogo reale con la scuola, e non soltanto di un copione già scritto.

Andrea Segala

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