Ventisei arresti a Gioia Tauro, tra cui il boss della ‘ndrangheta Pino “Facciazza” Piromalli in libertà dal 2021
All’alba di martedì 23 settembre, l’operazione “Res Tauro” ha riportato al centro dell’attenzione nazionale la storia di uno dei clan più potenti della ’ndrangheta: i Piromalli. Ventisei persone sono finite in carcere, su ordine del gip e su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli. A eseguire il blitz sono stati i carabinieri del Ros insieme ai militari del comando provinciale.
Fra i nomi che emergono, uno domina su tutti: quello di Giuseppe Piromalli, ottant’anni, conosciuto come “Facciazza” o “lo sfregiato”. Il suo ritorno nell’elenco degli arrestati ha il sapore di una ferita che si riapre: l’uomo che per anni si è presentato come “il padrone di Gioia” era libero dal 2021, dopo aver scontato ventidue anni al regime di 41 bis.
Le accuse mosse agli indagati raccontano un arsenale di reati che va dall’associazione mafiosa al riciclaggio, dall’estorsione alla turbativa d’asta, fino al trasferimento fraudolento di valori e alla detenzione di armi. Tutti aggravati dal metodo mafioso. Secondo i magistrati, la lunga prigionia non aveva piegato la sua volontà di comando: intercettazioni e indagini lo indicano come promotore di un progetto volto a restaurare le vecchie regole di ’ndrangheta, riaffermando l’egemonia dei Piromalli.
Il boss Pino “Facciazza” Piromalli: la latitanza e il voto sulle stragi di Stato
Per capire il peso dell’arresto di oggi bisogna tornare alla parabola criminale di Piromalli. Nel 1999, dopo sei anni di latitanza, fu catturato mentre si nascondeva in un bunker al centro di Gioia Tauro. In primo grado era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio del medico Luigi Ioculano, ma la sentenza fu ribaltata in appello e confermata dalla Cassazione. Rimase comunque in carcere oltre due decenni, al 41 bis, a seguito di altre condanne.
Il suo nome si lega anche a un episodio di rilievo nella storia criminale italiana. Secondo quanto emerso dall’inchiesta “Hybris” del 2019, Pino Piromalli ebbe un ruolo diretto nella “commissione” che la ’ndrangheta istituì per decidere se partecipare o meno alla strategia stragista della mafia siciliana negli anni delle bombe. A rappresentarlo fu Nino Pesce, detto “Testuni”: il voto di Piromalli andò a favore della stagione di sangue che segnò la storia repubblicana.
Oggi, a distanza di decenni, il suo nome riemerge ancora una volta negli atti della Direzione distrettuale antimafia. È il segno di quanto i legami, le regole e la memoria di un clan continuino a esercitare forza, anche quando sembrano sopiti. L’arresto di “Facciazza” richiama il fantasma di un potere che non si esaurisce con il carcere, e interroga sul futuro di una terra dove la storia criminale si ripresenta ciclicamente, come un copione che nessun blitz sembra mai riuscire a chiudere.