Il naturalista e divulgatore scientifico, dopo anni di ricerca instancabile, chiude definitivamente un’era: “Sono solo le scie delle barche”.
Ci troviamo ufficialmente davanti alla fine di un’era.
Infatti questo gennaio, dopo ben 52 anni di ricerca, il più grande naturalista esperto del mostro di Loch Ness ha dichiarato di non credere definitivamente più nella sua esistenza.
La notizia è stato uno shock per il mondo intero. L’uomo, di 76 anni, ha dedicato la maggior parte della sua vita a provare la presenza del mitologico essere marino.
Qualsiasi prova a favore della sua reale esistenza è più che benvenuta, dichiara, ma per ora si arrende.
Il fondatore del Loch Ness Project ha spiegato infatti che l’illusione è principalmente scatenata dalle scie delle imbarcazioni, che, con la particolare conformazione del lago, formano figure incurvate. I lunghi colli spessissimo avvistati sono invece quelli di diverse specie di uccelli.
La realizzazione più forte è arrivata poi dopo un incontro con un esperto d’arte, che ha confutato e spiegato tutte le immagini (false) delle storiche rilevazioni.
Dopo questo e diversi altri episodi, ha iniziato a vedere spiegazioni naturaliste in tutte le presunte apparizioni, e da qui il resto è storia.
Una dolorosa conclusione, dopo anni però, come dichiara lui stesso, di puro divertimento, tra le analisi e la ricerca sul campo.
Andiamo a scoprire insieme dunque la storia del più grande appassionato di Nessie.
Adrian Shine nasce prima di tutto come naturalista e divulgatore scientifico.
Negli anni ’60, ancora ragazzino, come tanti inizia ad affascinarsi dal mito del mostro, in un momento in cui il lago era già diventata una grande meta turistica per gli appassionati.
Completati gli studi, il fascino per l’ambiente acquatico del lago, profondissimo, torbido, e geologicamente complesso, diventa sempre più grande, ma rimane molto critico e scettico nei confronti di quella che rimaneva comunque una leggenda.
Attorno agli anni ’80 però si decide: se si vuole mettere ufficialmente un punto a questa storia, c’è da fare ordine.
È così che nasce il Progetto Loch Ness, di cui, oltre a essere fondatore, era anche direttore scientifico.
Lo scopo era quello di raccogliere dati seri, archiviare in maniera sistematica tutte le prove fotografiche e audiovisive, controllare e confrontare correnti, onde, cambiamenti fisici del lago. Insomma, spiegare, attraverso il metodo scientifico, tutte le visioni che erano state denunciate in quegli anni.
Le attività sono diverse e molto complesse, una tra le più importanti, l’Operation Deepscan, del 1987, in cui diversi sonar hanno scandagliato nella sua interezza tutto il fondale del lago: un’impresa mai tentata prima.
Grandi avanzamenti tecnologici e la collaborazione con le università (nel 2024 ad esempio con il Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Aberdeen) non sono bastati però a confermare l’esistenza del mito.
Anni di ricerca che però non sono stati buttati al vento: il lago è stato, in tutto questo tempo, campo di prova per tantissime nuove tecnologie, come droni subacquei, idrofoni e scansioni termiche, che troveranno applicazione in tanti ulteriori studi. Nonché poi un luogo di aggregazione per comunità scientifica e appassionati.
Insomma, la fine di un’era, ma non di un sogno. Dopotutto, non ci sono prove che confermino l’esistenza di Nessie, ma neanche che la neghino!
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