Nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio, un 18enne, Mirco Garofano, è stato investito e ucciso mentre attraversava la strada. L’incidente è avvenuto in via Filippo Fiorentini, a Roma, all’altezza del civico 7. Alla guida della smart un 32enne che ha subito prestato soccorso ma, purtroppo, non c’è stato nulla da fare. Marco era originario di Colleferro e si trovava a Roma per vedersi con degli amici. Sul posto è presto intervenuta la polizia locale di Roma Capitale, che al momento sta tentando di ricostruire la dinamica dell’incidente. Sulla stessa strada, lo scorso anno, aveva perso la vita Cynthia Ventucci, una 69enne travolta mentre attraversava sulle strisce pedonali.
A peggiorare la situazione ci ha pensato un influencer romano, “Ottavo re di Roma”, all’anagrafe Giuseppe Basile, che si trovava sul posto quando è avvenuto l’incidente. Basile, con l’aiuto di un suo collaboratore, avrebbe infatti filmato i soccorsi dopo la tragedia, inquadrando anche la salma del giovane coperta da un telo termico. Il video è stato pubblicato sui suoi profili social con hashtag come #funny e #viralvideos.
Nello stesso video si sente l’influencer dare delle direttive al suo collaboratore: “Inquadra lì. Fai vedere ciò che è accaduto. Inquadra lì per cortesia. C’è una salma a terra“. Dice anche di trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto. Il video si conclude con Basile che invita a guidare con prudenza, coronando il tutto con l’ennesima inquadratura del corpo, che dovrebbe essere un monito a seguire il suo consiglio.
L’indignazione esplode quasi subito. Nei commenti si leggono accuse pesanti: sciacallo, irresponsabile, cinico. In molti sottolineano l’assurdità di trasformare una morte in contenuto, di cercare viralità nel punto esatto in cui dovrebbe fermarsi tutto. Dopo un primo tentativo di giustificazione e un invito a “moderare i toni”, il video viene rimosso. Troppo tardi.
Due giorni dopo, Basile pubblica un nuovo filmato: sostiene che l’intento non fosse ottenere visibilità, ma sensibilizzare al rispetto del codice della strada. Una spiegazione che convince pochi. Perché il problema non è il messaggio finale, ma il percorso scelto per arrivarci. E soprattutto il contesto: una salma ripresa più volte, hashtag fuori luogo, una messa in scena che sembra pensata prima per l’algoritmo che per le persone coinvolte.
Per capire perché questa vicenda abbia colpito così duramente, basta guardare al personaggio. Ottavo re di Roma non è un volto nuovo alle polemiche. Barba tinta di colori sempre diversi — rosa, blu, a volte entrambi — scooter come palcoscenico quotidiano, Basile costruisce la propria presenza online sull’idea di “fare casino”, di stare sempre un passo oltre il limite. Anche visivamente: ne combina di tutti i colori, letteralmente.
Da un po’ di tempo, però, l’immagine grottesca ha lasciato spazio a questioni molto più serie. L’influencer è infatti rinviato a giudizio con l’accusa di maltrattamenti nei confronti dell’ex compagna. Secondo quanto emerge dagli atti, la relazione sarebbe stata segnata da minacce, insulti e controllo ossessivo: divieti di lavorare, di frequentare amici, persino di avere un profilo social autonomo. Frasi violente, ricatti psicologici, una gelosia che — sempre secondo l’accusa — non si sarebbe fermata nemmeno dopo la separazione.
Il processo inizierà a breve. Nel frattempo, non ci sono misure cautelari in corso: revocato anche il divieto di avvicinamento e il braccialetto elettronico. La difesa parla di “epilogo burrascoso”, nega l’abitualità delle condotte e si dice fiduciosa. La giustizia farà il suo corso.
Resta però una costante: l’uso sistematico dell’eccesso come cifra comunicativa. Dalle incursioni al Policlinico Gemelli, dove Basile aveva tentato di dimostrare — senza alcun fondamento — la morte di Papa Francesco, fino ai dissing, ai video “funny” e alle provocazioni continue, tutto sembra ruotare attorno alla stessa logica: esserci sempre, a qualsiasi costo.
Il caso dell’incidente mortale ripreso a Roma non è quindi un episodio isolato, ma l’ennesimo tassello di una narrazione che confonde testimonianza e spettacolo, realtà e contenuto. I social permettono di documentare tutto, ma non obbligano a farlo. E soprattutto non impongono di farlo così.
In questa corsa a like, visualizzazioni e follower, il rischio è perdere il senso del limite. Quando accade, non si diventa solo protagonisti di video discutibili, ma di storie che lasciano un segno. Stavolta, un segno difficile da cancellare.
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