Una crepa lunga quasi 1000 km sul fondo dell’oceano al largo della costa del Pacifico potrebbe causare un terremoto di magnitudo 9. Gli esperti sono in allarme per la possibilità che questa crepa, situata a soli 80 km dalla costa dell’Oregon negli Stati Uniti, possa innescare un cataclisma sismico.
Lo scenario del “Grande” terremoto sulla West Coast
Scoperta nel 2015, questa falla sul fondo dell’oceano sta eruttando liquido rovente, definito dagli scienziati come un “lubrificante di faglia“. Gli effetti di questo fenomeno potrebbero provocare un terremoto di magnitudo nove con il potenziale di devastare la costa occidentale degli Stati Uniti. Questa crepa fa parte della Zona di Subduzione della Cascadia, una faglia lunga quasi 1000 km che si estende dalla California al Canada. Il liquido che fuoriesce dalla faglia riduce la pressione tra le placche tettoniche, consentendo loro di muoversi facilmente. Tuttavia, senza questo lubrificante, la pressione sotto la crosta terrestre può accumularsi, portando a un terremoto di eccezionale potenza. Gli scienziati ritengono che la Zona di Subduzione della Cascadia potrebbe essere responsabile del cosiddetto “Grande” terremoto, un evento di enorme distruzione che non si è verifica da secoli. L’ultimo sisma rilevante in zona risale infatti al 1700, stando alle stime degli scienziati. Questo ipotetico evento colpirebbe molte città lungo la costa occidentale degli Stati Uniti, con conseguenze a dire poco catastrofiche.
La scoperta sconcertante di un fenomeno naturale mai scoperto prima
La crepa è stata scoperta otto anni fa grazie a un sommozzatore robotico, dopo che bolle di metano sono state avvistate emergere dal fondo dell’oceano. Le immagini sonar hanno rivelato che il liquido emanato dalla faglia era molto più caldo dell’acqua circostante. Evan Solomon, professore di oceanografia all’Università di Washington e coautore dello studio, ha dichiarato: “Abbiamo esplorato quella direzione e quello che abbiamo visto non erano solo bolle di metano, ma un getto d’acqua che usciva dal fondo del mare come un cannone ad acqua. È qualcosa che non ho mai visto prima e, a quanto ne so, non è mai stato osservato prima.” Solomon ha anche sottolineato che questa è la prima volta che viene scoperto un sito del genere. Sussiste comunque la possibilità che possano esserci altre crepe simili ancora da individuare.
Paura anche nel Napoletano per le ripetute scosse
Dallo shock per questi presagi che riguardano la costa occidentale del continente nord-americano, passiamo alla paura degli abitanti della zona circostante al capoluogo campano. L’area dei Campi Flegrei preoccupa, con dieci terremoti registrati in poco più di trenta ore. Inquietanti movimenti tellurici che si sommano agli oltre 600 eventi sismici registrati nell’ultimo mese. L’evento più intenso registrato indicava una magnitudo 1,5, all’interno di una sequenza sismica compresa tra la mezzanotte del 13 aprile e l’alba del giorno successivo. Tuttavia, ciò che desta preoccupazione sono gli epicentri, spesso distanti tra loro, a conferma dell’estensione dell’area interessata dal bradisismo. La profondità dei terremoti varia notevolmente, raggiungendo anche oltre i 5 chilometri sotto la superficie, ben al di sopra della media di 1 o 2,5 chilometri. Gli esperti assicurano che tutto rientra nella normale attività del fenomeno, ma è indubbiamente parte di una fase di significativo rigonfiamento del sottosuolo, causata dalla contrazione ed espansione delle rocce porose sensibili ai fluidi, che si trovano poco sopra la fascia magmatica.
Gli epicentri e le zone più colpite
La stragrande maggioranza delle scosse di questo sciame, ad eccezione delle ultime due, ha epicentri diversi, ma tutti molto vicini alla Solfatara di Pozzuoli o in mare, nelle vicinanze della costa. Una delle scosse, avvenuta alle tre di notte, ha avuto origine a Bagnoli, già all’interno del perimetro di Napoli. Mentre la scossa delle 21.40 ha avuto come epicentro l’area di Coroglio, situata ancora più all’interno della fascia occidentale della città metropolitana.