Da Leeds al “salon” di Jermyn Street: come un ex telegrafista divenne il padre del tatuaggio professionale in Gran Bretagna
Alla fine dell’Ottocento, Londra era la capitale di un impero che si estendeva su cinque continenti, ma nelle sue vie più eleganti si muoveva un artista che avrebbe rivoluzionato un’arte antichissima: Sutherland Macdonald, nato a Leeds nel 1860, ex telegrafista dei Royal Engineers e veterano della guerra anglo-zulu. Il tatuaggio, prima di lui, era una pratica sporadica: lo si trovava tra marinai, soldati, esploratori e viaggiatori affascinati dai segni rituali delle culture esotiche. Ma con Macdonald diventò una professione, un mestiere riconoscibile e registrato.
Nel 1894, il London Post Office Directory creò una nuova categoria professionale: tattooist. Sotto quella voce compariva un solo nome – Sutherland Macdonald, 76 Jermyn Street – il primo tatuatore ufficialmente registrato in Gran Bretagna. Il suo studio si trovava al piano superiore di un bagno turco, in uno dei quartieri più raffinati della città. Lì riceveva una clientela mista: ufficiali dell’esercito, aristocratici curiosi, borghesi affascinati dal gusto per l’Oriente.
Macdonald lavorava con la stessa meticolosità di un incisore. Le sue composizioni spaziavano da draghi giapponesi a riproduzioni di dipinti di Bouguereau o Constable, passando per volatili di Archibald Thorburn e scene mitologiche. In un’epoca in cui il corpo tatuato era visto come simbolo di marginalità, Macdonald lo restituì all’arte. Nel 1894 depositò persino un brevetto per una macchina da tatuaggio elettromagnetica, perfezionando e adattando l’invenzione di Samuel O’Reilly, che a New York aveva brevettato la prima macchina ispirata all’autograph pen di Edison. Nonostante le difficoltà tecniche, il gesto fu rivoluzionario: sanciva l’ingresso del tatuaggio nell’età moderna.
Il suo stile, però, non aveva nulla di industriale. Le cronache del tempo lo descrivono come un uomo riservato, dai modi eleganti, che riceveva i clienti in camice bianco, “più simile a un chirurgo che a un artista da fiera”. Si racconta che nel suo salone l’odore di disinfettante si mescolasse a quello di incenso, e che i clienti, dopo un bagno turco, si sdraiassero su letti imbottiti per farsi decorare la pelle.
Eppure la fama di Macdonald non si diffuse solo per la sua perizia tecnica. Attorno al suo nome nacque presto un mito regale: si diceva avesse tatuato principi e sovrani, tra cui il futuro Giorgio V, quando era ancora duca di York. È quasi certo che fosse solo leggenda ma bastò a trasformare Macdonald in un’icona mondana.
Il salone di Sutherland Macdonald: la nascita del tatuaggio come arte
A rendere Macdonald una figura unica fu il modo in cui seppe istituzionalizzare il tatuaggio. Prima di lui, nessuno aveva avuto un laboratorio fisso, orari, biglietti da visita o disegni protetti da copyright. Secondo gli archivi del Public Domain Review, alcuni dei suoi soggetti furono effettivamente registrati come opere artistiche. Ogni tatuaggio era una composizione studiata, e il colore ne era parte fondamentale: blu ultramarino, verdi di cromo e rossi brillanti, tutti miscelati artigianalmente. Fu tra i primi in Europa a introdurre la sfumatura cromatica, anziché le linee nette in nero che caratterizzavano la tradizione marinaresca.
Le fotografie conservate al National Archives e alla Harvard Zoological Collection mostrano corpi maschili con figure complesse, simboli araldici, animali e divinità. Il tatuaggio, per la prima volta, smetteva di essere marchio e diventava ornamento. Persino la stampa popolare cominciò a interessarsene: nel 1897 il Strand Magazine dedicò a Macdonald un articolo intitolato Pictures on the Human Skin, nel quale il giornalista Gambier Bolton scriveva: “I suoi clienti vengono da ogni parte del mondo, e ogni centimetro della loro pelle racconta una storia di viaggio e desiderio.”
La mostra “Tattoo London” al Museum of London del 2016 ha ricostruito questo universo di ago e inchiostro, mostrando disegni originali, strumenti, fotografie e biglietti da visita incisi a mano. I curatori hanno descritto Macdonald come “il primo a portare il tatuaggio su un piano estetico, dandogli una legittimità sociale e artistica”. Lodder, storico dell’arte all’Università dell’Essex, ha smontato molti miti diffusi da George Burchett (altro celebre tatuatore londinese), mostrando che fu Macdonald il vero pioniere con studio aperto al pubblico.
Oltre all’aspetto estetico, Macdonald sperimentò applicazioni medico-ricostruttive: utilizzò il pigmento per uniformare la pelle di pazienti vittime di ustioni e traumi, anticipando di decenni la dermopigmentazione terapeutica. Un’attività che rientrava perfettamente nel suo modo di presentarsi come un professionista a metà tra artista e scienziato.
Morì il 18 giugno 1942, nella sua casa di Surbiton, e fu sepolto nel locale cimitero. Con la sua scomparsa, il tatuaggio entrò in una nuova fase: quella della diffusione popolare, dell’autorialità condivisa e del linguaggio identitario. Ma fu grazie a lui che l’arte sulla pelle conquistò un posto stabile nella modernità.