Il fenomeno della schiavitù sessuale è purtroppo un carattere non irrilevante della nostra storia.
Nonostante ci sembri che una situazione di tale gravità sia ormai sorpassata, ancora oggi donne come Huvakka Bhimappa ci riportano alla realtà.
Venir private della propria verginità con un uomo più anziano – spesso un parente – a fede di una religione che apparentemente sembra non avere alcun senso. Le chiamano Devadasi – ovvero ‘serve di Dio’ – le giovani costrette a ‘sposare’ una divinità indiana che in pratica si ritrovano intrappolate nel circolo della servitù sessuale.
Obbligate dalle famiglie ad un’esistenza di piena sobrietà, senza potersi sposare ma con l’obbligo di prostituirsi illegalmente in cambio di denaro o regali.
In cosa consiste l’immorale pratica?
Ce lo racconta l’ormai 40enne Huvakka Bhimappa, protagonista del terribile stupro arrecatole dallo zio materno all’età di soli 9 anni.
La divinità indù Yellamma era utilizzata come diversivo per costringere le donne ad una vita di privazioni. Il denaro che veniva guadagnato era adoperato per sostenere la famiglia, mentre altri uomini la utilizzavano come serva sessuale in nome di un servizio alla divinità.
Questa terribile connessione tra il credo induista e la pratica sessuale nasce negli anni della colonizzazione britannica, quando lo sfruttamento veniva legittimato come mezzo per il sostentamento delle famiglie più povere ai piedi della gerarchia delle caste indiane. La suddetta pratica infatti costituiva una vera e propria fonte di reddito che permetteva un introito economico e allo stesso tempo uno scarico di responsabilità di fronte alle nasciture di genere femminile.
Le donne che subiscono la devadasi possono quindi essere comprate da qualsiasi uomo di casta superiore che paga ai genitori un pegno in denaro per poter essere legittimato ad utilizzarle sessualmente. Diventerà quindi una pubblica proprietà e perderà qualsiasi diritto al rifiutarsi di sottostare alle volontà di coloro che ne acquisteranno i servigi. Per i molteplici rapporti sessuali subiti nel corso della loro vita, coloro che vengono ‘scelte’ per l’adempimento di tale pratica presentano uno stato di salute molto misero: malnutrizione, povertà, analfabetismo e spesso presenza di batteri o virus causati da malattie sessualmente trasmissibili.
Come se questa forma di umiliazione non bastasse, i bambini nati dalle Devadasi non vengono in alcun modo riconosciuti dai propri padri e sono quindi costretti ad un’emarginazione sociale dovuta al non possedere alcun cognome né appartenere ad una famiglia socialmente riconosciuta.
Ad oggi la commissione indiana per i diritti – a seguito di un’indagine condotta in diversi stati indiani – conferma che nonostante il divieto di tale pratica sia stato legiferato nel 1982, ad oggi si contano ancora più di 70.000 devadasi solo in Karnataka, uno stato nel sud-ovest dell’India.