Cristina Calderón, nata a Robalo il 24 Maggio del 1928, è considerata l’ultima custode della lingua Yagàn, con lei sparisce per sempre una parte di storia del popolo indigeno più australe del pianeta.

Vissuti per oltre seimila anni grazie alla pesca e alla caccia, spostandosi su delle canoe lungo i canali ramificati dell’estremo sud del Cile, rappresentano una delle popolazioni di nativi più antiche della Terra del Fuoco.

La lingua degli antichi navigatori del Canale di Beagle è estremamente complessa: la compongono ben 32.400 vocaboli, un’enormità rispetto ai 5 mila degli idiomi standard.

Proprio per tale ragione, nemmeno la numerosa famiglia della Calderòn, composta da sette figli, quattordici nipoti e numerosissimi pronipoti, sono in grado di padroneggiare la lingua in maniera fluente.

Alle difficoltà prettamente linguistiche si sommano lo stigma della colonizzazione e quello dei molteplici fenomeni di discriminazione perpetrati nei confronti dei nativi, che molto spesso portano le nuove generazioni a volersi discostare fino quasi a dimenticare le proprie radici composte da lingue, tradizioni e usanze differenti.

La battaglia di Cristina Calderón

Per tutta la sua vita Cristina Calderón si è dedicata in tutti i modi a combattere per la trasmissione, promozione e protezione della cultura Yagán.

Un lavoro a tempo pieno che si è intensificato ancora di più dopo la scomparsa, nel 2003, della sorella Ursula.

Insieme con sua nipote Cristina Zárraga, ha creato un dizionario contenente la terminologia della lingua Yagan ed una raccolta di racconti e leggende Yagan, intitolata Hai Kur Mamašu Shis (Voglio raccontarvi una storia).

Inoltre, nel 2016, Cristina Zárraga ha pubblicato in omaggio a sua nonna, storie in prima voce, intitolate Cristina Calderón: Memorias de mi abuela yagán.

Come riconoscimento per il suo lavoro preziosissimo Cristina Calderón è stata ufficialmente dichiarata Figlia illustre della Regione delle Magellane e dell’Antartide cilena e riconosciuta dal Consiglio Nazionale della Cultura e delle Arti come tesoro umano vivente.