Marta Russo, 22 anni, studentessa del terzo anno di giurisprudenza alla Sapienza di Roma, è stata uccisa il 9 maggio 1997.

Alle 11:42 di quel fatidico giorno, Marta stava camminando con l’amica Jolanda Ricci in un vialetto dell’università quando si accasciò improvvisamente davanti a un’aiuola.

La ragazza era appena stata colpita da un proiettile proveniente da una calibro 22, senza nessun apparente motivo e sotto gli occhi di tutti. Arrivata già in coma all’ospedale, Marta morì pochi giorni dopo a soli 22 anni.

Ancora oggi il caso rimane uno dei più grandi misteri della cronaca nera italiana. Tuttavia, le indagini hanno smascherato due colpevoli, nonostante i dubbi siano ancora tanti.

Le indagini e la condanna

Inizialmente, si pensava che il delitto fosse collegato a un atto terroristico poiché il 9 maggio di 19 anni prima era stato ucciso Aldo Moro.

Tutto cambia grazie alla testimonianza chiave della segretaria Gabriella Alletto. Dopo un lungo interrogatorio, dichiara che dopo aver sentito come un tonfo, ha visto un bagliore, Salvatore Ferraro mettersi una mano in fronte in segno di disperazione mentre Scattone impugnava una pistola nera che poi ha riposto in una borsa, portata via infine da Ferraro.

I due amici vengono arrestati in nottata. Scattone aveva 29 anni a quell’epoca ed è il figlio di una buona famiglia romana, era anche carabiniere nel servizio di leva e si era laureto a pieni voti. Ferraro, 30 anni, il giorno dopo l’arresto avrebbe dovuto sostenere l’esame finale per il dottorato di ricerca.

Dopo ben cinque processi, il 15 dicembre 2003 arrivano le condanne: cinque anni e quattro mesi a Scattone per omicidio colposo e quattro anni e due mesi per Ferraro per favoreggiamento. I due si sono sempre dichiarati innocenti.

La sentenza scrive: “La premessa conclusiva della Corte del disposto rinvio è che al termine del processo si sa che Giovanni Scattone ha sparato, ma non si sa né perché né come. Le conseguenze di omicidio per la provocata morte di Marta Russo non possono, però, essere ascritte all’imputato a titolo di dolo”. Questo per “difetto assoluto di dimostrazione probatoria di un effettivo intento omicidiario”.

La vita dopo la condanna

Scattone alla fine scontò in tutto due anni e mezzo di carcere mentre il resto della pena ai domiciliari seguiti dai servizi sociali.

Scontata la condanna, nel 2011 ottenne la supplenza in storia e filosofia nello stesso liceo che frequentava Marta Russo. Questo generò grandi polemiche. Nel 2015 ottenne la cattedra di psicologia come insegnante di ruolo presso l’istituto Einaudi di Roma. In seguito alle numerose polemiche, abbandonò il ruolo e si dedicò ad altri lavori come quello di traduttore e correttore di bozze.

A ritenere Scattone innocente, anche il pentito ed ex membro della Banda della Magliana, Antonio Mancini, il quale però non porto mai prove a sostegno della sua tesi.

Salvatore Ferraro, invece, dopo la condanna divenne un militante del Partito Radicale, uno scrittore e consulente giuridico esterno del deputato Daniele Capezzone.

Scontò in tutto un anno e mezzo di carcere e prese parte anche in un gruppo musicale i “Presi per caso” dove si dedicò a scrivere musica e testi di diverse canzoni e di alcuni spettacoli teatrali che trattano di errori giudiziari e vita carceraria.