I programmi di riciclo sono un opzione offerta da diverse aziende: i capi d’abbigliamento usati vengono lasciati direttamente nelle mani dei marchi che promettono di dare loro una seconda vita. Ma fino a che punto questa politica dà i suoi frutti? Uno studio, condotto nel luglio 2023, ha tracciato alcuni articoli d’abbigliamento sottoposti a questi schemi di riciclo, per stabilire cosa succede effettivamente ai vestiti dopo il deposito.
A livello globale, ogni anno vengono create circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili e, secondo i dati, l’equivalente di un camion della spazzatura pieno di vestiti finisce in discarica ogni secondo. Ma le crescenti richieste di cambiamento hanno portato anche i grandi marchi di fast fashion a provare a migliorare la situazione. Le grandi catene, da H&M a Primark, infatti, offrono la promessa di riciclare i vestiti, i quali vengono portati e donati dai consumatori direttamente nelle sedi dei negozi in questione. Ma è davvero così?
Il fast fashion ha radicalmente modificato l’industria dell’abbigliamento, offrendo capi economici che soddisfano le tendenze della moda in continuo cambiamento. Tuttavia, dietro l’attrattiva dei prezzi bassi si nasconde una grave crisi ambientale e un drammatico sfruttamento dei lavoratori. L’approccio usa e getta della moda danneggia il concetto di economia circolare, che mira a ridurre al minimo gli sprechi e massimizzare la durata della vita dei prodotti attraverso il riutilizzo, il riutilizzo e il riciclaggio. Il fast fashion invece, si basa e prospera sulla produzione rapida di capi di bassissima qualità, pensati per essere indossati per un breve periodo e poi gettati via, riempiendo discariche o inceneritori. Non è inoltre un segreto che vengono utilizzati materiali sintetici realizzati con combustibili fossili, e l’accumulo di questi materiali aggrava l’impatto ambientale della moda in quanto queste fibre non si biodegradano ma persistono nell’ambiente.
Tre quarti degli indumenti donati ai principali negozi di moda per essere riutilizzati o riciclati vengono distrutti, abbandonati nei magazzini o inviati a un futuro incerto in Africa: questi sono i risultati di un recente studio.
A svolgerlo è stata la ONG olandese Changing Markets Foundation che ha utilizzato Apple AirTag per tracciare 21 capi tra cappotti, pantaloni, giacche e altri indumenti di seconda mano ma in perfette condizioni. La ONG ha donato gli articoli a diversi negozi, tra cui H&M, Zara, C&A, Primark, Nike, The North Face, Uniqlo e M&S, in Belgio, Francia, Germania e Regno Unito. L’indagine è stata condotta per un periodo di 11 mesi, tra agosto 2022 e luglio 2023, utilizzando una combinazione di ricerca, analisi dei dati commerciali, software di monitoraggio e dispiegamento sul campo.
Nonostante gli slogan quindi, tre quarti degli articoli (16 su 21 o 76%) sono stati distrutti, lasciati nei magazzini o esportati in Africa, dove fino alla metà degli indumenti usati viene rapidamente triturata per altri usi o scaricata. Una gonna donata a H&M, ad esempio, ha percorso 24.800 chilometri da Londra fino a raggiungere un terreno incolto in Mali, dove sembra essere stata scaricata. Tre articoli sono finiti in Ucraina, dove le regole di importazione sono state allentate a causa della guerra. Solo 5 articoli, circa un quarto dei 21 originali, sono stati riutilizzati in Europa o sono finiti in un negozio di rivendita. Nessuno dei marchi nominati inoltre tiene registri pubblici sulla destinazione degli abiti loro donati.
Le promesse fatte da H&M, C&A e Primark sono un altro trucco di greenwashing per i clienti; inoltre queste aziende, spesso offrono buoni, sconti o punti per acquistare ancora più vestiti, amplificando ancor di più il modello fast fashion.
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