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Chi è stato Matteo Messina Denaro, il latitante più ricercato d’Italia?

È morto a causa di un tumore al colon, all’età di 61 anni, Matteo Messina Denaro, il boss della mafia nonché latitante più ricercato d’Italia, arrestato dopo 30 anni di ricerche proprio all’interno di una clinica privata San Salvatore dell’Aquila, a Palermo, dove era stato trasferito l’8 agosto scorso.

Lo scrittore e giornalista Roberto Saviano commenta la vicenda con parole dure, scrivendo su Twitter: “Matteo Messina Denaro (1962-2023), assassino. Il boss è morto, l’Italia continua a essere un paese a vocazione mafiosa“.

La cattura di Matteo Messina Denaro è stato un passo importante ma non risarcirà mai le vittime e gli affronti alla democrazia.

Della stessa opinione è il fratello di Paolo Borsellino, ucciso nella strage di via D’Amelio insieme agli agenti della scorta.

In un’intervista ha così dichiarato: “l’arresto di Matteo Messina Denaro non è stata una vera e propria cattura, sapeva di essere malato e ha pensato di farsi curare dallo Stato invece che in latitanza. Oggi, con la sua morte si porta i suoi terribili segreti nella tomba“.

“Con la sua fine non credo si chiuda niente – aggiunge -. La mafia non è stata sconfitta, anzi è più forte di prima. Non parlo di quella degli anni ’90, della Cosa nostra stragista, ma di una mafia molto più pericolosa, che si è insinuata nell’economia, nelle amministrazioni, che è si resa invisibile e che, per questo motivo, è difficile da scoprire ed estremamente più pericolosa“.

E conclude con amarezza: “non ho motivo per rallegrarmi. Penso solo che oggi è morto un criminale, ma nessuno mi ridarà mio fratello né la verità sulla strage in cui ha perso la vita”.

Chi era Matteo Messina Denaro

Noto anche con i soprannomi “U siccu” per la corporatura magra e “Diabolik”, era considerato tra i latitanti più pericolosi e ricercati al mondo. Il padre, «don Ciccio» fu capo della mafia trapanese, ha catapultato Cosa Nostra nel mondo delle imprese. Fu proprio il padre che, a differenza del figlio, non fu mai catturato, ad avvicinarlo al mondo criminale. Nel 1989 infatti entrambi furono denunciati per associazione mafiosa e per l’omicidio di quattro uomini strangolati e poi sciolti nell’acido. I due tornarono in libertà a causa di mancanza di prove, venendo così scagionati da tutte le accuse.

Era latitante dall’estate del 1993, quando scrivendo una lettera alla sua ragazza di allora, Angela, dopo le stragi mafiose di Roma, Milano e Firenze, preannunciò l’inizio della sua vita in fuga.

“Sentirai parlare di me – le scrisse, facendo intendere di essere a conoscenza che di lì a poco il suo nome sarebbe stato associato a gravi fatti di sangue – mi dipingeranno come un diavolo, ma sono tutte falsità”.

Ma un diavolo lo fu davvero e tra i numerosi omicidi di cui si macchiò quello più crudele fu, forse, quello del piccolo Giuseppe Di Matteo. Come tutti dovrebbero ricordare il bambino, dopo una lunga prigionia di quasi 800 giorni, fu strangolato e sciolto nell’acido perché suo padre Santino, collaboratore di giustizia, non si era piegato alle richieste di Cosa Nostra e non aveva ritrattato le accuse contro i capi del clan.

 Paolo Borsellino  fece per primo il nome di Messina Denaro in un atto giudiziario nel 1989. Da quel momento il boss è stato raggiunto da mandati di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e numerosi altri reati ma la storia si è conclusa con la cattura di quest’anno.

“La sua latitanza è stata accompagnata anche dalla latitanza della politica, indirettamente complice di quella di Messina Denaro”, commentò don Luigi Ciotti subito dopo la cattura.

Vittoria Serino

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