Groenlandia, sterilizzazioni forzate dal governo danese | La denuncia delle vittime Inuit all’oscuro di tutto

Negli anni 70 Copenaghen decise di adoperare per raggiungere un obiettivo angosciante: dimezzare la popolazione Inuit.

In pochi anni, è nata la Danish Coil Campaign, una campagna messa in atto per cercare di ridurre l’impennata l’aumento demografico della popolazione danese. In quel periodo, si era verificato un vero e proprio boom delle nascite, alimentato dal miglioramento delle cure mediche e dall’aumento della fertilità e delle probabilità di sopravvivenza sia per gli adulti che per i bambini. Questo incremento demografico sollevò preoccupazioni per il governo, che ritenne necessario limitare la crescita della popolazione.

Il boom era la diretta conseguenza dei piani di modernizzazione del governo, che portarono a miglioramenti significativi nel sistema sanitario groenlandese, riducendo le malattie e la mortalità infantile. Un miglioramento avvenuto in un momento cruciale: la Groenlandia, che era stata una colonia danese dal 1814, era appena diventata parte integrante del Regno di Danimarca nel 1953.

Così, tra il 1966 e il 1970, 4.500 Iud – dispositivi intrauterini – vennero impiantati in metà delle 9mila donne fertili della Groenlandia. Le spirali erano considerate più “sicure” di preservativi e pillole, e non importa che il Lippes Loop, lo Iud utilizzato, provocasse alle donne sofferenze tanto fisiche quanto psicologiche.

L’orrore di questa situazione è stato portato alla luce da un gruppo coraggioso di 67 donne che hanno vissuto questa terribile esperienza sulla loro pelle, in molti casi durante le visite mediche a scuola. Le vittime hanno denunciato quanto accaduto e ora stanno cercando giustizia. Hanno per questo rivolto le loro richieste di risarcimento, pari a 300.000 corone danesi (circa 40.200 euro) ciascuna, al governo danese.

Nel caso in cui tali richieste si risolvessero in un nulla di fatti, si dicono sono pronte ad andare in tribunale.

La testimonianza di Naja Lyberth: non poter essere mamma senza sapere il perché

Lo scandalo uscì allo scoperto sei anni fa, grazie alla coraggiosa testimonianza di Naja Lyberth, una psicologa e attivista, che ha rivelato di essere stata sottoposta all’impianto di un dispositivo contraccettivo nel 1976, quando aveva solo 13 anni, dopo una visita medica a scuola. Nessuno le ha spiegato cosa stesse succedendo, nessuno ha richiesto il suo consenso o quello dei suoi genitori.

Le angoscianti rivelazioni hanno attirato l’attenzione del pubblico danese nel 2022, grazie al podcast Spiralkampagnen (“la campagna della spirale”), prodotto dalla televisione pubblica danese e trasmesso anche in radio.

“Un medico venne in classe e il giorno dopo ci portarono in ospedale. Ci introdussero una spirale senza che noi ce ne rendessimo conto, senza che ai nostri genitori venisse chiesto nulla, e in questo modo venimmo sterilizzate per un periodo più o meno lungo”, ha raccontato l’attivista, aiungendo come nessuno si prendesse poi cura delle ragazze, lasciate sole a combattere con le conseguenze, che fosse il dolore per le infezioni e le emorragie interne o anche l’infertilità.

Dopo l’uscita del podcast, il governo danese e il Naalakkersuisut, il governo autonomo della Groenlandia, hanno istituito una commissione di indagine indipendente: il suo compito sarà quello di approfondire le pratiche contraccettive praticate nell’isola dal 1960 al 1991, anno in cui il territorio artico ottenne il controllo del proprio sistema sanitario.

Partita con molto ritardo, la commissione ha iniziato i suoi lavori nel maggio del 2023, mentre le conclusioni dovrebbero arrivare nella primavera del 2025. Ma non è abbastanza.

Non vogliamo aspettare i risultati dell’indagine”, ha dichiarato Naja Lyberth. “Stiamo invecchiando: le più anziane tra noi, che avevano la spirale negli anni Sessanta, sono nate negli anni Quaranta e si avvicinano agli 80 anni. Vogliamo agire ora”.