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Sempre più tagli ai Centri di Accoglienza per migranti: come integrare i migranti senza insegnargli la lingua?

Luoghi nati per un’accoglienza temporanea, ora centri di permanenza, ma senza nessun supporto sociale, neanche l’insegnamento dell’italiano.

Secondo il Report sul Diritto d’asilo 2025, alla fine di ottobre risultavano registrati nei sistemi di accoglienza italiani circa 143.500 richiedenti asilo.

In attesa del loro riconoscimento, la loro permanenza dovrebbe essere prevista all’interno di strutture di accoglimento che prevedono, oltre alle cure emergenziali, anche servizi per il benessere e l’integrazione, come supporto psicologico e corsi di lingua italiana.

Purtroppo, però la realtà non è sempre questa, e tra sistemi bloccati, nuovi decreti e tagli ai fondi, sempre più migranti si trovano senza il sostegno necessario per affrontare un soggiorno a lungo termine.

Tutto inizia dagli Hotspot, strutture di prima accoglienza nei punti con più sbarchi, come Lampedusa, Messina o Taranto, che accolgono le persone e forniscono loro assistenza medica, oltre che occuparsi della loro identificazione e della richiesta di protezione internazionale.

Questi punti si occupano anche dello smistamento successivo, verso strutture come il SAI, ovvero Sistema di Accoglienza e Integrazione, che accoglie gli ospiti per lunghi periodi, e li sostiene tramite una rete di supporto che include orientamento sociale, inserimento lavorativo e l’insegnamento dell’italiano.

Purtroppo, però ci sono solo poco più di ottocento progetti attivi, che riescono ad accogliere circa 50 mila persone, sparse nel territorio italiano.

Tutte le altre sono costrette invece nei CAS, i Centri di Accoglienza Straordinaria, strutture attivate dalle prefetture in caso di assenza di posti; quindi, nate in stato d’emergenza e per un utilizzo in via del tutto eccezionale, non pensate per lunghi periodi di permanenza.

È però il luogo dove effettivamente viene ospitata la maggior parte dei migranti, il cui numero ammonta a 97 mila circa (dei 140 mila citati prima).

Come si è arrivati a questo punto (siamo in un cul-de-sac)

Queste strutture vengono utilizzate come punti di riferimento principali quando in realtà non sono preparate per affrontare un peso del genere, e mancano ovviamente al loro interno tutti quei sistemi di supporto che appartengono invece ai progetti SAI.

E se un tempo questi servizi venivano erogati anche nei CAS, proprio per venire incontro a un sistema in difficoltà, dal 2018 con il Decreto Sicurezza di Matteo Salvini, riconfermato con il Decreto Cutro del 2023, tutti i progetti di integrazione sono diventati facoltativi, a discrezione della struttura.

Rimangono obbligatori solo per le persone che hanno già ricevuto qualche forma di protezione internazionale, e per i minori, che appunto non si trovano nei CAS. Inoltre, le richieste di soggiorno impiegano diverso tempo per essere elaborate a causa dei grossi problemi burocratici; quindi, qualora ci fosse pure posto nei SAI per un possibile trasferimento, le persone dovrebbero prima ricevere la documentazione adeguata a potervisi spostare.

Ovviamente un sistema del genere ha gravi conseguenze sia per gli immigrati che per il Paese. Supporto sociale, psicologico, l’insegnamento della lingua italiana, sono tutti elementi che contribuiscono alla formazione di futuri cittadini, e facilitano l’ingresso nel mercato del lavoro, la coesione collettiva e l’autonomia personale, riducendo invece rischi di isolamento ed emarginazione.

Cose che dunque possono sembrare triviali, e che vengono effettivamente considerate tali dal governo, sono il fulcro di un’accoglienza efficace, che rende i flussi migratori una reale risorsa sia per le persone che arrivano nel nostro Paese, che per l’Italia stessa.

Senza lingua, senza supporto e senza prospettive, l’attesa diventa immobilità: ed è proprio lì che un sistema di accoglienza smette di funzionare, per tutti.

Antonella Sitzia

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