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Tokyo ha raggiunto il record del 29,6% di over 65. Seguono Italia e Germania. Sono anche le tre grandi potenze sconfitte nel 1945, ma tra guerra, baby boom e crollo delle nascite il legame è molto più complesso di quanto sembri

Il Giappone ha appena raggiunto un nuovo record: il 29,6% della sua popolazione ha almeno 65 anni, pari a 36,24 milioni di persone.

Dietro il Giappone si trovano l’Italia, con il 25,6%, e la Germania, con il 24,2%.

Un dato che sembra assolutamente normale e non meritevole di particolare attenzione, ma facendo attenzione ai Paesi menzionati ci si accorge che sono gli stessi che parteciparono all’Asse sconfitto durante la Seconda guerra mondiale dagli alleati.

Si tratta di una banale coincidenza oppure c’è una correlazione?

Ovviamente la semplice sconfitta non è un fattore che indica o può in qualche modo spiegare l’invecchiamento della popolazione. La causa va ricercata in un insieme di trasformazioni demografiche cominciate soprattutto nel secondo dopoguerra: il crollo della natalità, l’aumento della speranza di vita, la progressiva riduzione delle famiglie numerose e, in tempi più recenti, il rinvio della maternità e della formazione delle famiglie.

Il Giappone, ovvero il paese più vecchio al mondo

Il Giappone è forse il caso più emblematico in questo senso. Dopo la Seconda guerra mondiale il Paese attraversò un vero e proprio aumento esponenziale. Tra il 1947 e il 1949 le nascite aumentarono rapidamente, creando una generazione particolarmente numerosa.

Nel dopoguerra però questa tendenza si invertì in modo drastico. La fertilità giapponese crollò rapidamente e rimase sotto il livello di sostituzione per decenni. Secondo l’OCSE, dopo il baby boom postbellico il tasso di fertilità scese drasticamente e rimase sotto quota 2 per oltre cinquant’anni.

Quindi, visti questi dati, è chiaro che matematicamente parlando ad una diminuzione delle nascite corrisponde un aumento della percentuale di anziani rispetto alle nuove generazioni. Le persone vivono più a lungo e le nascite scarseggiano.

Il Giappone ha inoltre attraversato questo processo molto velocemente. La quota di over 65 passò da circa il 7% all’inizio degli anni Settanta al 15% già nel 1995.

Una tendenza che non sembra volersi fermare, anzi, le proiezioni indicano che nel 2045 si potrebbe arrivare al 36% di popolazione over 65.

Il caso italiano e la Germania

Il secondo posto dell’Italia non è una sorpresa. Secondo i dati Istat, al 1° gennaio 2026 gli over 65 erano 14,82 milioni, pari al 25,1% della popolazione. L’età media era arrivata a 47,1 anni.

Il problema dell’Italia sta essenzialmente nel grandissimo calo delle nascite degli ultimi decenni. L’Italia possiede uno dei livelli più bassi di fecondità nei Paesi sviluppati mai registrati.

Ma c’è anche un altro elemento: la generazione del baby boom è ormai entrata nelle fasce di età più avanzate. Le persone nate nel grande ciclo di crescita demografica del dopoguerra sono oggi anziane, mentre le generazioni successive sono numericamente molto meno consistenti.

Inoltre, la crescente difficoltà economica delle famiglie spinge le nuove generazioni a considerare sempre meno l’aspetto della natalità, alzando notevolmente l’età nella quale una coppia si sente emotivamente e lavorativamente stabile al punto da poter mettere al mondo una nuova vita.

I report dell’ISTAT e il dossier “Natalità: Volere o Potere” (Fondazione per la Natalità) rilevano come l’opinione prevalente evidenzi un gap tra il desiderio di maternità/paternità e la possibilità reale di realizzarlo.

La mancanza di compensi adeguati, la scarsità di contratti a tempo indeterminato e la maternità sempre più labile all’interno della contrattistica tra datore di lavoro e dipendente, rendono sempre meno appetente la possibilità di costruire una famiglia.

L’accesso difficile alla prima casa e la carenza di posti negli asili nido (spesso con costi elevati per la fascia media) pesano direttamente sul bilancio familiare.

La Germania segue lo stesso schema, anche se con una storia demografica più complessa, segnata dalla divisione tra Germania Ovest e Germania Est e dalla successiva riunificazione.

Anche qui la natalità ha subito un forte calo nella seconda metà del Novecento. L’OCSE segnala una diminuzione particolarmente rapida della fertilità tedesca tra il 1967 e il 1975, seguita da una lunga fase di bassa natalità.

Lo schema è quindi lo stesso, generazioni che invecchiano e poche natalità a sostenere la generazione del baby boom.

Ma allora c’entra davvero la Seconda guerra mondiale?

Sì, ma molto indirettamente.

Le morti causate dal conflitto hanno portato ad un aumento delle nascite nel periodo immediatamente successivo al conflitto, anche se in realtà non interessò solo l’Asse sconfitto. Il baby boom del dopoguerra fu un fenomeno generale, volto a recuperare in qualche modo la mortalità che aveva devastato il globo durante il conflitto.

Già dagli anni 50 però la natalità cominciò a diminuire, soprattutto a seguito delle problematiche economiche che iniziavano a presentare il conto delle devastazioni della guerra.

Quindi è chiaro che il conflitto e la sconfitta da soli non rappresentano i primi posti nella classifica dei suddetti Paesi.

Il vero filo rosso

Il denominatore comune è piuttosto la transizione demografica vissuta dalle società industrializzate: diminuzione della mortalità, aumento della longevità e progressiva riduzione della fecondità.

In Giappone, Italia e Germania questi fenomeni si sono combinati con una popolazione già molto longeva. È così che si arriva alla situazione attuale: tre Paesi con storie profondamente diverse, ma accomunati da decenni di bassa natalità e dall’aumento della durata della vita.

Il fatto che fossero alleati durante il conflitto non spiega assolutamente quindi la loro posizione all’interno di questa classifica, ma la transizione demografica subito dopo il conflitto, non solo da questi Paesi, evidenzia come in particolare queste tre Nazioni ne siano state ‘vittime’ indirette.