L’ultima follia di Bill Gates: oscurare il sole per combattere il cambiamento climatico | Può funzionare davvero?

Bill Gates torna a far parlare di sé, e questa volta a causa di una stramba soluzione per ovviare al cambiamento climatico: oscurare il sole. Il miliardario ha infatti investito migliaia di dollari nella “geoingegneria solare”: l’idea sarebbe quella di bloccare il riflesso dei raggi del sole prima che raggiungano l’atmosfera terrestre, in modo tale da rallentare il riscaldamento globale. Il tutto tramite una soluzione alcolica composta da acqua, gesso e particelle di zolfo sull’atmosfera, per generare nuvole che dovrebbero bloccare la luce del sole nello strato superiore dell’atmosfera. Ma gli scienziati hanno numerosi dubbi.

L’appoggio della Casa Bianca

“Sin dall’inizio dei tempi, l’uomo ha desiderato distruggere il sole» gongola Montgomery Burns in una puntata dei Simpson. «Io farò una cosa migliore. Bloccarlo!» aggiunge l’avido proprietario della centrale nucleare di Springfield, dove lavora Homer. Ecco, la Casa Bianca ha preso sul serio la sua brillante idea. Mutuata nella realtà da un multimiliardario buonissimo, dedito alla difesa del malconcio pianeta: lo squisito Bill Gates. Il fondatore di Microsoft non ha bisogno di presentazioni. Quelle che invece merita la geoingegneria, in cui ha investito vagonate di dollari. E adesso pure il governo statunitense, guidato dall’amico Joe Biden, esprime un “sostegno misurato” alla notevole trovata: oscurare il sole per combattere il riscaldamento globale […]” così commenta spiritosamente la vicenda Antonio Rossitto, in La Verità. La Casa Bianca sembrerebbe infatti decisamente interessata al progetto, e si dichiara favorevole a un programma di ricerca sulle implicazioni scientifiche e sociali della modificazione delle radiazioni solari.

La proposta di Gates

Alla Commissione europea però, denunciano: “le conseguenze accidentali della manipolazione del sistema planetario». La geoingegneria, avvertono, è una minaccia: «I rischi, le ricadute e le conseguenze impreviste sono scarsamente comprese. Le regole e le procedure non sono state sviluppate”. Insomma, si potrebbero “introdurre nuovi pericoli per le persone e gli ecosistemi, aumentare gli squilibri energetici tra paesi, innescare conflitti e sollevare una miriade di questioni etiche, legali e politiche”.

Il filantropo però, per la nobile causa, sarebbe però disposto a tutto. Già nel 2010 Gates azzarda: la geoingegneria solare può diventare una “polizza assicurativa”, da tenere in tasca se il resto fallirà. E nel libro scritto undici anni dopo, «Come evitare un disastro climatico», torna ancora su questa opzione. “Non è una soluzione al cambiamento climatico” chiarisce in un’intervista a Euronews, ma “Ritarderebbe il problema di dieci o quindici anni, mentre ci liberiamo delle fonti di emissione. Ma quando si è di fronte a uno scenario catastrofico dobbiamo iniziare da questo”. E così deve pensarla anche Biden, con l’arrivo del “sostegno misurato” della Casa Bianca.

Lo studio e i dubbi degli scienziati

C’è molta divisione, tra gli scienziati, su questo studio, noto come SCoPEx (Stratospheric Controlled Perturbation Experiment, Esperimento sulla perturbazione controllata stratosferica). Il fulcro dello studio è sviluppare una tecnica chiamata SRM (Solar Radiation Management, gestione della radiazione solare) allo scopo di bloccare il riflesso dei raggi solari prima che raggiungano l’atmosfera terrestre. Per farlo, gli scienziati di Harvard vogliono sviluppare una forma di SRM nota come Stratospheric Aerosol Injection (Iniezione di Aerosol Stratosferico). Come si legge su un documento dell’Etc Group, un’associazione che monitora l’impatto delle nuove tecnologie sulla biodiversità e i diritti umani, “prevede di spruzzare una soluzione di acqua, gesso e particelle di zolfo nell’atmosfera attraverso un pallone aerostatico che vola ad alta quota”. Questa sostanza dovrebbe generare delle nuvole che andranno a bloccare la luce del sole nell’atmosfera superiore. La parte più controversa della geoingegneria solare sta nel fatto che non si conoscono, ad oggi, i potenziali effetti collaterali di un’azione di questo tipo sull’ambiente.