Uno studio ha evidenziato che, se tutti gli italiani sedentari (che sono ben 16 milioni) facessero un po’ di attività fisica, la riduzione delle malattie croniche non trasmissibili porterebbe un beneficio tra i 5.9 e i 12.5 miliardi di euro per l’economia italiana, tra riduzione delle spese sanitarie e maggiore produttività.
Le malattie croniche rappresentano un costo enorme
Lo scorrere del tempo e l’avanzare dell’età non si possono fermare, tuttavia se ne possono rallentare gli effetti sulla salute delle persone, e di conseguenza sulla sostenibilità del sistema socioeconomico a cui queste appartengono. Purtroppo, ancora troppi under 70, addirittura uno ogni due secondi, muoiono a causa di una malattia cronica non trasmissibile (Ncd), tra cui patologie cardiache e polmonari, cancro, diabete, Parkinson, Alzheimer, depressione e altre malattie neurodegenerative.
Questo, sarà proprio il tema centrale del XXXVII Congresso della Federazione Medico Sportiva Italiana (Fmsi), presieduta dall’onorevole Maurizio Casasco (FI), che si svolgerà a Roma fino a sabato 22, sotto il titolo “Età biologica, età anagrafica 2.0. Una longevità in salute”. Le malattie non trasmissibili rappresentano una spesa enorme per i Paesi. Non solo perché assorbono il 70-80% del budget sanitari complessivi, ma anche perché causano una significativa perdita di produttività, valore che l’Oms stima pari a 47mila miliardi di dollari tra il 2011 e il 2030. E a questi costi si aggiungono anche le spese sanitarie affrontate dalle singole famiglie. In Italia, stando allo studio svolto dall’Università Bocconi in collaborazione con la Fmsi, il valore medio raggiunge quota 128.500 euro.
I benefici delle politiche di prevenzione
Inoltre se entro il 2030, a livello globale, si investissero 18 miliardi di dollari in più per interventi di prevenzione e salute pubblica si potrebbero generare 27mila miliardi di benefici economici nei sette anni successivi, calcola l’Oms. Oltre al fatto che si eviterebbero almeno 39 milioni di morti per Ncd. Inoltre, basterebbe davvero poco per fare la differenza: prima di tutto sarebbe utile la prescrizione dell’attività fisica, al pari di un farmaco. Soltanto riducendo dell’1% il numero dei sedentari in Italia tra i 15 e i 74 anni il valore aggiunto per il sistema Paese oscillerebbe tra i 71 e 127 milioni di euro, si legge nella ricerca Bocconi-Fmsi.
Puntando ancora più alto poi, ossia ipotizzando la trasformazione di tutti gli italiani sedentari (16 milioni) in soggetti che svolgono attività fisica, i benefici toccherebbe minimo quota 5,9 miliardi e massimo 12,5 miliardi di euro.
Gli italiani sedentari
Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, la sedentarietà è causa del 9% delle malattie cardiovascolari, dell’11% dei casi di diabete di tipo 2, del 16% dei casi di tumore al seno e del 16% dei casi di tumore al colon-retto. Adottata la definizione di “attività fisica” fornita dalle linee guida, inoltre, risulta che soltanto il 33% della popolazione può essere considerato fisicamente attivo e il 37% parzialmente attivo (cioè non svolge esercizio fisico nella quantità consigliata). Ma si tratta di cifre che subiscono variazioni considerevoli da regione a regione, così come da una fascia sociale all’altra: la sedentarietà, per cominciare, risulta più diffusa al Sud, tra le persone di età compresa tra i 50 e i 69 anni (33% rispetto al 26% dei 18-24enni), tra le donne (32% contro il 28% degli uomini) e infine nelle fasce con livello di istruzione più basso (39% rispetto al 23% dei laureati) o gravate da forti difficoltà economiche (39%).