Israele non paga i suoi propagandisti: Hasbara denunciata

Nonostante il lavoro incessante seguito all’attacco del 7 ottobre, i propagandisti di Israele non sono stati pagati.

A seguito dell’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023, il governo israeliano aveva mobilitato un’attività propagandistica di ampio respiro. Ad occuparsi della questione c’era la direzione nazionale della diplomazia pubblica israeliana, nota con il nome ebraico di Hasbara. Solo che i dipendenti statali non bastavano, c’era bisogno di nuovo personale. Influencer, attivisti, rappresentanti erano stati assoldati dal governo tramite agenzie private per svolgere un lavoro da loro definito “sempre disordinato”. Cosa comprensibile vista la situazione di caos generale, se ad aggravarla si era aggiunto anche un altro piccolo fatto. Secondo il quotidiano The Calcalist, infatti, tutti questi nuovi assunti non sarebbero mai stati pagati. Proprio per questo avrebbero citato in giudizio Hasbara per una cifra complessiva di 2 milioni di shekel (circa 650 milioni di dollari). In particolare, la denuncia sarebbe partita da due aziende che avrebbero fornito studi di registrazione ai leader israeliani e finanziato l’attivismo in Europa.

A partecipare a questo sistema comunque non sarebbe stata solo l’Hasbara, bensì anche il Ministero degli Esteri e quello della Diaspora. Per di più, nel settembre scorso, sarebbero stati stanziati 49 milioni di dollari (in aggiunta ai 170 milioni già all’attivo) per diffondere la propaganda israeliana che nega le accuse di genocidio e le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, visto che i metodi adottati da Hasbara sarebbero inefficaci secondo gli israeliani. Questi fondi aggiuntivi sarebbero stati prelevati dal fondo per l’istruzione superiore.

Il caso di Eylon Levy

Il celebre attivista britannico-israeliano Eylon Levy, uno dei maggiori portavoce di Israele nel Regno Unito, che ha ricoperto la carica fino a marzo 2024, ha dichiarato di essere a conoscenza del processo ma di non aver partecipato ad esso, sebbene anche lui non abbia mai ricevuto il compenso promesso. L’influencer, che ha studiato alla University College School (UCS) di Londra e all’Università di Oxford, ha ammesso di essere stanco di chiedere ciò che gli è dovuto e quindi di aver rinunciato al processo fin da principio. Nonostante questo, non ha smesso di svolgere il suo ruolo difensivo pubblicamente, tant’è che in uno dei suoi ultimi post inveisce contro il governo UK per non aver reagito propriamente all’attacco iraniano ad alcune basi britanniche.

Come Levy, molti professionisti non erano stati assunti dallo Stato, bensì da alcune aziende private che svolgevano la funzione di canale di pagamento. Ad esempio, una di queste aziende aveva fornito a Netanyahu e all’ex ministro della Difesa Yoav Gallant uno studio dedicato alle interviste, e ad oggi chiede un risarcimento di 160mila dollari. Similmente, l’azienda Intellect chiede quasi 500mila dollari per motivi analoghi. Infatti, l’agenzia avrebbe finanziato voli per l’Aia affinché gli influencer si opponessero alle manifestazioni pro-palestinesi messe in atto in vista delle udienze presso il tribunale e non sarebbe mai stata rimborsata. Lo stesso ufficio del primo ministro ha dichiarato che ci sono effettivamente state delle irregolarità nelle pratiche contrattuali, ma non sono stati forniti ulteriori dettagli a causa del processo imminente.