Chi era Antonio Ligabue | Curiosità e vita dell’artista italiano

Un’odissea esistenziale, così viene ricordata la vita di Antonio Ligabue.

Nacque a Zurigo il 18 dicembre 1899 ma la madre era italiana. Elisabetta Costa fu una modesta operaia che, a causa delle ristrettezze economiche, decise di affidare il piccolo Antonio, all’età di nove mesi, a una coppia svizzero-tedesca anch’essa disagiata, economicamente e culturalmente.

Egli non conobbe mai il padre.

Dopo due anni dalla sua nascita la madre decise di sposarsi con Bonfiglio Laccabue, anch’egli emigrato italiano ma uomo rozzo e rude, poco avezzo alla paternità. Egli riconosce il piccolo come figlio ma ad Antonio quel legame stava stretto. Nei suoi quaderni si legge che accusò l’uomo della morte per soffocamento dei fratelli e della madre stessa nel 1913. Passarono gli anni, lo rifiutò come padrigno, cambiò cognome.

La vita dell’artista è segnata dalla malattia. Viene colpito da rachitismo e carenza vitaminica che gli causano una malformazione cranica e un blocco dello sviluppo fisico e, collateralmente, un incurabile disturbo psichiatrico.

Le frequenti crisi nervose, il carattere difficile e i problemi negli studi lo portano a cambiare scuola varie volte: prima a San Gallo, poi a Tablat e infine a Marbach.

La vita in Italia

Espulso dalla Svizzera per comportamenti turbolenti, si trasferì in Italia, in Emilia Romagna, dove visse grazie all’aiuto dell’Ospizio di mendicità Carri. Era la terra natale del patrigno che tanto aveva detestato, la Gualtieri di Bonfiglio Laccabue. I contadini del luogo iniziarono a chiamarlo “Toni el matt“.

Non conosceva la lingua e condusse una vita da vagabondo facendo i più svariati mestieri. Qui, nei pressi del Po, fece il bracciante e venne a contatto con gli animali che di lì a breve sarebbero diventati i protagonisti dei suoi quadri. Si racconta che per dipingerli ancora meglio Ligabue studiasse con attenzione sui libri i diversi animali e addirittura andasse spesso al mattatoio per esaminarne le carni.

Nel 1928 conosce Renato Marino Mazzacurati. Fu l’incontro che gli cambiò la vita. Lo scultore e pittore romagnolo ne intuisce l’arte e gli insegna l’uso dei colori ad olio, guidandolo verso la piena valorizzazione del suo talento.

In quegli anni si dedica completamente alla pittura, continuando a vagare senza meta lungo il fiume Po. Nel 1937 viene ricoverato in manicomio a Reggio Emilia per atti di autolesionismo.

Nel 1941 lo scultore Andrea Mozzali lo fa dimettere dall’ospedale psichiatrico e lo ospita a casa sua. Durante la guerra fa da interprete alle truppe tedesche. Nel 1945, per aver percosso con una bottiglia un militare tedesco, viene internato in manicomio rimanendovi per tre anni.

Nel 1957 Severo Boschi, firma de Il Resto del Carlino e il noto fotoreporter Aldo Ferrari gli fanno visita a Gualtieri: ne scaturisce un servizio sul quotidiano con immagini tuttora celebri. Nel 1961 viene allestita la sua prima mostra personale alla Galleria La Barcaccia di Roma.

È il 18 novembre 1962, l’anno dell’incidente in moto. La diagnosi: un’emiparesi. Antonio trascorse il resto della sua vita con una metà del corpo totalmente paralizzato. Da quel giorno furono ben pochi i momenti fuori dall’ospedale. L’ultima volta riparò nel ricovero Carri di Gualtieri. In questo istituto morì il 27 maggio 1965.