Chiappucci, ospite del podcast NEPD, s’è raccontato a 360°, parlando anche delle origini del suo soprannome.
Claudio Chiappucci, indimenticato protagonista del ciclismo italiano negli anni ’90, è stato protagonista dell’ultima puntata del podcast Non è più Domenica, condotto da Matteo Fantozzi e Rocco Di Vincenzo, e fuori due volte a settimana.
Chiappucci ha parlato di tanti aspetti legati alla sua vita e allo sport il cui nome sarà sempre associato: ha raccontato cosa fa oggi, come è cambiato il ciclismo (facendo il confronto con altri sport, come il tennis oggi di moda) e ha ricordato due grandi rivali / amici come Marco Pantani e Miguel Indurain. In questa sede, però, quello che ci interessa è l’aspetto legato al suo soprannome, El Diablo: ai microfoni di NEPD ha raccontato la genesi di questo apodo, con origini ispanofone.
Partiamo proprio dal soprannome: “Il soprannome nasce in Colombia, durante una gara. Lì mi hanno visto come l’europeo che rompeva l’incantesimo: conquistavo le salite che erano “sacre” ai colombiani. Il nome è spagnolo, non italiano, e rifletteva il mio stile offensivo, la voglia di attaccare. Poi la cosa è esplosa, anche grazie alla coincidenza con il famoso album dei Litfiba: oggi quella canzone mi accompagna ovunque vada, perfino nei video social”.
Chiappucci ha quindi parlato delle differenze tra il ciclismo di oggi e quello dei suoi tempi: “È cambiato tutto: la tecnologia, i metodi di preparazione, la gestione. Oggi il ciclismo è molto più specializzato, tutto è mirato all’altissima prestazione. Il problema però è che non abbiamo più un grande campione italiano come ai miei tempi, quando eravamo noi a dominare la scena. È un momento di transizione, di attesa per nuovi talenti”.
L’assenza di grandi talenti è ciò che differenzia il ciclismo dal tennis, oggi,, in Italia, ma nonostante ciò il ciclismo continua ad essere amatissimo: “Il tennis è esploso perché c’è un campione italiano forte, ma sono sport molto diversi. Il ciclismo è più “popolare”, lo segui gratis, lo vivi per strada. Non si possono fare paragoni. Ogni sport ha le sue passioni e i suoi tempi. Però è vero che tanti si appassionano alla bici non solo per i campioni, ma perché è uno sport che dà piacere praticarlo. Ecco perché il ciclismo amatoriale è in grande crescita”.
E se non ha rimpianti pur avendo spesso sfiorato il trionfo nei Grandi Giri, Chiappucci ritiene che oggi avrebbe risultati ancor migliori: “Ho fatto secondo nel ’91 e nel ’92, terzo nel ’93. I percorsi erano troppo favorevoli ai cronoman, con prove a tempo lunghissime. Oggi sarebbe stato diverso: c’è meno cronometro e più salita. In un ciclismo come quello attuale, io avrei potuto fare ancora di più. Ma non rimpiango nulla: ho corso in un’epoca splendida e ho lasciato un segno”.
infine Pantani e Indurain, due nomi leggendari con cui ha avuto il modo di correre (assieme, nel caso di Pantani; contro, nel caso dello spagnolo): “Pantani è passato professionista con me. Era introverso, ma in bici si esprimeva come pochi. Avevamo caratteristiche simili: se avessimo lavorato insieme di più, avremmo dominato. La sua fine è dolorosa, piena di misteri e parole, ma poche certezze. Indurain invece era un avversario durissimo. Ti batteva a cronometro, ma anche in salita ti sorprendeva. Era uno che capivi poco: osservavi il modo di pedalare per intuire se fosse in crisi. Questo era il bello del ciclismo di allora, fatto anche di lettura e intuizione”.
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