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ORA ATTUALE

Riconosciuta estranea all’omicidio di Meredith Kercher, Amanda Knox fa ora ricorso in Cassazione al fine di essere assolta dal reato di calunnia verso Patrick Lumumba, per il quale fu condannata a tre anni.

La sentenza di condanna era in realtà già diventata definitiva ma gli avvocati della donna, Carlo Dalla Vedova e Luca Luparia Donati, sono riusciti a farsi riconoscere la possibilità di ricorso facendo leva su una sentenza favorevole della CEDU, la Corte europea dei diritti dell’uomo.

“La Corte europea ha stabilito che c’è stata una gravissima lesione del diritto di difesa di Knox perché le dichiarazioni che hanno poi portato alla contestazione della calunnia furono rese senza l’assistenza di un difensore e per la mancanza di un traduttore. La sentenza di condanna è stata quindi viziata, Amanda Knox non ha calunniato Lumumba e non ha mai inteso farlo”, questa la dichiarazione di Della Vedova, l’avvocato della donna, all’ANSA.

Inoltre, a sostegno della Knox, vi sarebbe anche il nuovo articolo del codice di procedura penale, il 628-bis, introdotto dalla riforma Cartabia e titolato “Richiesta per l’eliminazione degli effetti pregiudizievoli delle decisioni adottate in violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali o dei Protocolli addizionali”.

La critica dei legali di Lumumba: il ricorso è infondato

Ma la procura generale presso la Cassazione ha già chiesto il rigetto del ricorso, sostenendo che la giurisprudenza italiana prevalga sulle decisioni prese a Strasburgo.

Anche Lumumba, che si dice “sconcertato” per la presentazione dell’istanza, tramite il suo rappresentante, l’avvocato Carlo Pacelli, chiede che l’istanza venga respinta.

“Amanda ha già avuto un giusto processo che ha dimostrato che si è resa responsabile della calunnia a danno di Patrick, come stabilito al di là di ogni ragionevole dubbio da tutte le Corti di merito e Cassazione”, afferma il legale.

Per l’avvocato Pacelli, inoltre, non ci sarebbe alcuna violazione dei diritti umani, rifiutando l’argomentazione secondo i quali lei lanciò quelle accuse perché pressata dagli inquirenti e interrogata senza la presenza di un legale.

“Non è affatto vero — dice Pacelli—. Amanda la notte del 6 novembre 2007 andò in questura volontariamente e vi restò spontaneamente. Qui venne sentita a sommarie informazioni come persona che poteva riferire circostanze utili ai fini delle indagini e non come persona indagata. All’1,45 Amanda accusa Patrick di aver ucciso Meredith e si ritaglia la figura di testimone. In quel momento la polizia non sapeva ancora nulla e non escludeva alcuna pista”.

“Se veramente Amanda voleva fare marcia indietro dopo quella calunnia— aggiunge  Pacelli— poteva benissimo dichiararlo due giorni dopo quando venne interrogata davanti al Gip, con l’assistenza di ben due legali. In quella circostanza poteva tranquillamente dire “scusate, mi sono sbagliata, ho accusato un innocente”. Invece in quella sede si avvalse, seppur legittimamente, della facoltà di non rispondere”.

“Il 10 novembre, e nei giorni successivi, quando la madre andò a trovarla in carcere Amanda le disse: “Patrick è in carcere per colpa mia”. Quindi lo ha prima calunniato, lo ha pure confessato alla madre, ma non lo ha mai raccontato agli inquirenti. Per questo la calunnia è stata piena e reiterata e la condanna a suo carico non può essere revocata“, conclude l’avvocato.

Ci resta solo da attendere il responso dei giudici. Le possibilità sono tre: decidere di confermare la condanna per calunnia, revocare senza rinvio, cioè assolvere, o annullare con rinvio, con processo da celebrare a Perugia.