miliziani dell'Isis

I rapimenti in Africa rappresentano un vero e proprio business. In alcuni Paesi soprattutto, come Nigeria, Mali e Burkina Faso, i sequestri di persona sono aumentati pericolosamente nell’ultimo anno. L’obiettivo? Spesso è economico, ma non solo.

La Nigeria tra Isis e milizie locali

In Nigeria, ad esempio, secondo i dati di un’analisi ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), i rapimenti sono più che duplicati lo scorso anno. ACLED, infatti, ha registrato oltre 350 sequestri nel 2020, contro i nemmeno 150 del 2019.

A organizzare i rapimenti sono numerose organizzazioni terroristiche e milizie. Nella parte orientale del Paese operano soprattutto i gruppi jihadisti dell’Isis e di Boko Haram. Nel centro-sud è la milizia etnica Fulani a condurre la maggior parte degli attacchi. Nel nord, invece, sono attive altre milizie locali, che nel rapporto ACLED ricadono sotto l’etichetta di “Communal Militia“. 

Le vittime di questi gruppi dal 2018 alla primavera del 2021 sono state soprattutto politici, donne e gruppi cristiani. Il sequestro dei politici, in particolare, è usato come strumento di pressione sulle autorità, nonostante la Nigeria abbia adottato – almeno formalmente – una politica di non negoziazione. Spesso, però, l’obiettivo è soprattutto economico: ottenere dallo Stato o dalle famiglie ingenti somme di denaro, necessario per comprare armi  e finanziare le operazioni dei miliziani.

Il Mali eternamente in guerra

Un altro Paese in cui i rapimenti sono una piaga reale e diffusa è il Mali.

Devastato da una guerra civile iniziata nel 2012 e mai terminata, questo Stato dell’Africa occidentale ha cominciato a comparire sui media europei circa vent’anni fa, per numerosi rapimenti di stranieri. Dal 2012, tuttavia, le vittime dei sequestri sono in prevalenza locali (97%, secondo un’altra analisi ACLED) e l’attenzione mediatica si è spenta. L’emergenza, però, non accenna a risolversi. Anzi, nei primi otto mesi del 2021 ACLED ha già tracciato 318 sequestri.

I rapimenti avvengono soprattutto nella parte centrale del Paese, una zona rurale dove la presenza del governo è molto debole, e colpiscono soprattutto capi di tribù, giornalisti e religiosi. Queste persone finiscono nelle mani di gruppi jihadisti, oppure delle milizie locali delle fazioni maliane in lotta tra loro. Come in Nigeria, spesso l’obiettivo dei rapimenti è il riscatto.

Rapimenti in Africa, che fa l’Europa?

In Europa il problema dei rapimenti nel continente africano viene affrontato solo sporadicamente. Ovvero, quando un europeo viene sequestrato. In Italia l’ultimo grande (e controverso) caso è stato quello di Silvia Romano, ora Aisha, giovane cooperante rapita in Kenya nel 2018 e liberata lo scorso anno.

Laureata in mediazione linguistica, Silvia Romano era impegnata in un’attività di volontariato con la Onlus Africa Milele  quando è stata rapita. Dopo diciotto mesi in mano ai rapitori, la ragazza ha fatto ritorno in Italia, ma la sua liberazione ha generato numerose polemiche. Silvia, infatti, è arrivata a Roma coperta da un velo e ha poi annunciato di essersi convertita all’Islam e di aver cambiato il suo nome in Aisha. Questo non ha lasciato indifferente una parte dell’opinione pubblica, che si è interrogata anche sulle modalità della sua liberazione. L’Italia ha pagato un riscatto per il rilascio della ragazza? Se sì, è giusto pagare per chi viene rapito o questo non fa che incentivare i rapitori, esponendo allo stesso pericolo altre persone?

A novembre del 2019, come riepilogava un breve articolo sul sito di Rai News, oltre a Silvia Romano c’erano altre 8 persone occidentali rapite in Africa. Tra queste gli italiani Luca Tacchetto e padre Pier Luigi Macalli, entrambi liberati nel 2020.

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