Si chiamano Andrea Sceresini e Alfredo Bosco e sono i due giornalisti freelence italiani che da dieci giorni stanno aspettando di essere interrogati dai servizi di sicurezza ucraini prima di poter tornare all’esercizio del proprio lavoro.
Bloccati in Ucraina, con gli accrediti stampa revocati.
Sconosciute le motivazioni che avrebbero indotto il governo del Paese a ritenerli ‘collaboratori del nemico’ o addirittura ‘spie russe’.
L’Ordine dei Giornalisti si è attivato per fare in modo che la Farnesina eserciti la propria influenza nel caso.
Gli uomini della Sbu – Servizio di sicurezza ucraino – avrebbero avuto i primi dubbi sui due giornalisti già nel 2014-2015, quando i fatti del Donetsk e Lugansk erano stati diffusi dagli stessi.
Eppure la professione che questi due giovani ragazzi esercitano comprende di fatto il far trapelare i dettagli nascosti che si celano dietro alle notizie di superficie. E così anche quando si rischia di pagarne le conseguenze di fronte ad un governo avverso.
Entrambi attivi nel reportage durato quattro anni con focus sul Donbass, i due giornalisti sono quindi stati considerati ‘spie russe’ o ‘collaboratori del governo sovietico’ da parte dei servizi segreti ucraini e stanno attualmente aspettando di poter essere ricevuti dall’organo competente per chiarire la situazione “Scopriamo (…) mentre siamo a Kyiv, che la nostra colpa – e quella di Salvatore, e di tutti gli altri – sarebbe quella di aver raccontato, nel 2014 e nel 2015, ciò che accadeva a Donetsk e Lugansk. Il che ci renderebbe automaticamente “collaboratori dei russi”.
Il tutto viene raccontato in un lungo post su Facebook da uno dei due giornalisti – Andrea Scaresini – che scrive: ” È successo questo. Dieci giorni fa a me e ad @boscoalfredo sono stati sospesi gli accrediti militari. Il perché non ci è stato mai comunicato ufficialmente, ma la voce che è girata – in primis nelle chat dei fixer – ci descrive come “collaboratori del nemico”, “spie dei russi” o qualcosa del genere. (…) Ci viene comunicato che gli ufficiali dell’Sbu, che sono i servizi di sicurezza, vogliono sottoporci a un interrogatorio. Non avendo nulla da temere, forniamo tutti i nostri dati e chiediamo di essere convocati il prima possibile. Solo che nessuno ci chiama”.
“Si dice che la prima vittima di una guerra è la verità. A volte lo è anche la libertà”.
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