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Salario minimo: cos’è e come funziona in Italia e nel resto d’Europa?

Particolarmente dibattuto negli ultimi mesi è il tema del salario minimo, ovvero il livello di retribuzione basilare fissato per legge da garantire a un lavoratore in relazione a un determinato ammontare di lavoro. Il salario minimo, viene normalmente fissato sulla base di parametri quali il PIL, l’Indice dei Prezzi al Consumo, l’andamento generale dei mercati, e può essere sottoposto a revisione periodica così da stabilizzare nel tempo il potere di acquisto dei salari.

Il salario minimo in Italia: pro e contro

Nel 2022, un rapporto di un comitato operante presso il Ministero del Lavoro, delineava che un quarto dei dipendenti, in Italia, ha una retribuzione individuale inferiore al 60% della mediana. Ne deriva che circa 1/10 vive in condizioni di sostanziale indigenza. In questo scenario il salario minimo, sebbene non possa risolvere da solo la piaga dei lavoratori poveri, potrebbe, per certi versi, rivelarsi una misura efficace. Quest’ultimo, previsto ex lege in 21 Stati dell’Unione Europea, in Italia divide ancora. Ma se questo venisse calcolato vicino al 60% della retribuzione mediana sopracitata, la competitività delle imprese non verrebbe intaccata. Diversamente, sarebbe un provvedimento sensibile per le microimprese con bassi salari, che rappresentano una frazione cospicua del PIL sommerso italiano.

I pro del salario minimo possono essere numerosi. Il più intuitivo è ovviamente l’allontanamento dalle condizioni di povertà per specifiche categorie di lavoratori. Va sottolineato come l’Italia, tra le principali economie europee, risulta essere l’unico paese, insieme alla Spagna, in cui i salari sono rimasti fermi negli ultimi anni. Inoltre, una serie di contratti anomali presenti oggi nel mercato del lavoro verrebbero contrastati, facendo si che fenomeni diffusi, tra cui il lavoro nero, subirebbero una drastica diminuzione. Infine, una misura di questo tipo potrebbe anche essere un incentivo per aumentare la produttività del capitale umano, in Italia ferma da molti anni.

L’attuale Governo però, si è detto sfavorevole rispetto all’introduzione di questa misura. Alcune delle ragioni espresse a sfavore sono le seguenti: prima di tutto, l’Italia si avvale di un sistema di contrattazione collettiva in grado di soddisfare l’85% dei lavoratori, comprensivo di misure di tutela quali TFR, malattie, ferie, permessi, previdenza complementare, sanità integrativa. Questo sistema prevede già il più delle volte salari più alti rispetto a un’ipotetica soglia salariale minima; si rischierebbe, così, di compromettere la contrattazione collettiva, con conseguenze pericolose quali la diminuzione delle ore lavorative, l’incremento dell’irregolarità dei contratti e della disoccupazione. Inoltre l’introduzione del minimo salariale potrebbe dare avvio a una spirale inflazionistica: non è da escludere che le imprese potrebbero riversare i maggiori costi retributivi sul consumatore finale, generando un conseguente aumento dei prezzi.

Il salario minimo in Europa

A ottobre l’UE ha pubblicato una direttiva che dà tempo fino a novembre 2024 agli Stati membri per recepirla. Questa indica a ogni Stato che, qualora il tasso di copertura della contrattazione collettiva sia inferiore alla soglia dell’80%, esso debba prevedere condizioni favorevoli alla contrattazione collettiva. Dei 21 Paesi dell’Unione col salario minimo, la Bulgaria è lo stato con il limite più basso: 332,34 euro. Spetta al Lussemburgo il tetto più alto, pari a 2.256,95 euro, seguito da Germania e Irlanda. Fuori dai confini europei, negli USA è fissato a 1.109,54 euro ed in Gran Bretagna a 1.583,31 euro. La normativa europea, dunque, non interviene sulle cifre, ma introduce specifiche modalità di indicizzazione, revisione e variazione uguali per tutti i Paesi.

Ogni Paese dell’Unione deve fissare il salario minimo al 60% del salario mediano lordo e al 50% del salario medio lordo. Tuttavia, dato che questi valori possono cambiare in base a vari fattori, l’Unione Europea verifica regolarmente il processo di adeguamento, adattando il salario minimo in base al cambiamento delle condizioni economiche.

Tuttavia l’Italia, insieme a Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia, come abbiamo detto non dispone di un salario minimo. Il nostro Paese infatti, non è obbligato dalla direttiva sopra descritta, poiché ha un tasso di copertura della contrattazione collettiva superiore all’80% – 88,9% secondo l’Inapp. Per questo, le parti sociali hanno sempre ritenuto superflua una legge sul salario minimo, che avrebbe addirittura ridotto il loro ruolo. Inoltre, un salario minimo di 9 euro lordi l’ora, come proposto nella passata legislatura, secondo l’Inps tutelerebbe il 18,4% di lavoratori, ovvero meno di un lavoratore su 5. Ad ogni modo, va sottolineato come sempre secondo l’Inps un lavoratore su 4 guadagna meno del reddito di cittadinanza, in un quadro dove il fenomeno della povertà risulta in crescita. Un’idea alternativa potrebbe essere rafforzare i contratti collettivi, partendo dalle categorie più rischiose. Strada già imboccata da altri paesi Europei, primo fra tutti la Germania. Parallelamente e non in alternativa dovrebbe collocarsi l’abbattimento del cuneo fiscale, utile ad alleggerire gli oneri salariali e ad ampliare le dinamiche retributive nette.

Alessia Arcidiacono

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